6 febbraio 2012

Non giudicate e non sarete giudicati (la carpa di Chelm)

 

VIGNETTA

 

Il calendario delle ritualità scolastiche ha sempre avuto un centro di gravità inequivocabile: la valutazione. Gli scrutini, i voti, le griglie, le schede (pagelle).

Da qualche anno, grazie alle cosiddette riforme, questo riferimento è cresciuto a dismisura fagocitando gli altri elementi del curricolo. Un'ansia di valutare tutto si è impadronita della scuola pubblica. L'occhio del Grande Fratello Insegnante deve vedere tutto, saper tutto e, soprattutto!, quantificare. Senza una traduzione in quantità, una misurazione e la relativa classificazione, l'insegnante è perso. Il suo intervento non è concepibile se non aggrappato ai gradini della tassonomia pseudodidattica. Insufficiente, sufficiente, discreto, buono, distinto, ottimo. Fuori da questa cosmogonia non c'è salvezza e solo con una di queste sei parole gli studenti trovano il significato del loro stare a scuola.

A questo sommo fine, già dai primi (!) giorni di scuola gli studenti vengono investiti da ondate di test, verifiche, prove, ecc. Decine e decine, non passa settimana senza un impegno di questo tipo. Si ha spesso l'impressione che si voglia verificare la pura e semplice capacità di fare verifiche. In questo modo l'apprendimento consiste nell'acquisire l'abilità di districarsi in una prova (solitamente test precostituiti e standardizzati) per raggiungere almeno la sufficienza. Una specie di mordi e fuggi didattico che nessuno capisce quali ricadute possa avere sull'acculturazione di bambini e ragazzi.

legnaUn secolo di letteratura psicopedagogica assicura che i test non possono in nessun modo dire qualcosa sull'intelligenza delle persone, anzi, ne tarpano la voglia di crescere intellettualmente ingabbiandole in un livello spacciato come scientificamente inconfutabile. E la Grande Scuola Pubblica cosa fa? Basa le sue valutazioni esclusivamente sui test. Il sillogismo è fulminante: la scuola pubblica non si occupa dell'intelligenza dei suoi utenti.

La mia sorella minore, quella lingéra, liquida la questione con l'etimologia. Leggermente volgare ma di indubbia efficacia comunicativa. Test, dice la piccola, condivide la stessa radice con testicolo. Non proprio il più bel complimento all'intelligenza umana.

Ma non era già abbastanza tenere la vita fuori dalla scuola con il semplice voto? Nella vita reale, infatti, nessuno prende voti (a parte quelli destinati al consenso politico che già basterebbero a garantire un'aura negativa al termine). Questa pratica punitivo-gratificatoria non esiste se non dentro la scuola. Fuori da questa, quando qualcosa non va nel lavoro o nelle relazioni, possiamo solo ed unicamente ritarare le nostre azioni al fine di trarne un vantaggio economico o psicologico. Se ciò non accade si convive con la frustrazione. Punto e basta. E così è nell'apprendimento. Se concetti e abilità non si fanno accalappiare, li si inseguono finché saranno catturati. Ci volessero anni. Comunque non è detto che ciò avvenga. Se non si riesce si dirigono gli sforzi ad altri obiettivi.

Il sistema di valutazione attualmente applicato ha cacciato dalla scuola tre qualità pedagogiche indispensabili: pazienza, lentezza e consapevolezza dei propri limiti come delle proprie risorse. Ma forse il progresso consiste precisamente nell'eliminazione di queste dimensioni. Se si vuole stare al passo con i tempi non si possono conservare questi pilastri della riflessione. Sarà anche vero, vuol dire che non è più tempo di apprendere.

E' poi noto che per la stragrande maggioranza degli scolari i voti si perpetuano nel percorso scolastico: le mie pagelle, poche perché sono stata autodidatta, sono uguali, perfettamente intercambiabili. I voti non aiutano a cambiare la propria situazione ma la calcificano. Anche qui fiumi di inchiostro l'hanno dimostrato e ribadito fino allo sfinimento. Però i maestri e i pedagogisti che hanno combattuto contro questa pratica sterile, quando non dannosa, non sapevano che i saggi legislatori non leggono di pedagogia.

Negli anni '70 del secolo scorso un famoso maestro (in questi giorni si vede nella pubblicità del canone RAI perché per anni ha condotto il programma per analfabeti "Non è mai troppo tardi") Alberto Manzi, di fronte alla chiusura della burocrazia valutante, adottò una forma di protesta alquanto singolare. Scrisse all'ufficio della scuola dove insegnava questa lettera:

 

CLASSE IV SEZ. A INS. Alberto Manzi Anno scolastico 1974-75DSCN2174

Motivi per i quali l'insegnamento non usa classificare gli alunni

Classificare dando una votazione o un giudizio di merito comparativo, a livello di scuola dell'obbligo, nel pieno sviluppo evolutivo, nel primo impatto e nel successivo adeguamento e nelle ricerche di struttura per una vita associata migliore, significa voler dimenticare che la scuola è tale solo se insegna a pensare, solo se aiuta a immettersi con libertà nella società.

Classificare significa impedire un armonioso sviluppo intellettivo, rispettoso dei tempi di crescita individuali; significa impedire un apprendimento cosciente, che nasce, cioè, da un continuo osservare, ragionare, discutere sulle cose; ricerca, questa, che non è mai priva di errori, di incompletezze. Ora, se si classifica l'errore l'incompletezza diventa "terrore", per cui si tende ad evitare la causa del terrore copiando, imparando a memoria definizioni fatte da altri ecc.

Classificare, pertanto, significa obbligare ad accettare definizioni stabilite, pertanto impedire il ragionamento, rendere tutti simili al modello prefisso, significa educare alla menzogna e alla falsità.

Classificare significa ancora educare alla divisione classista (bravi, più bravi, meno bravi, ecc.), significa selezionare distruggere la personalità.

Classificare significa, purtroppo, distruggere il senso della comunità, dove ogni individuo deve imparare a vivere dando il meglio di se stesso, non per lucro (e anche il voto è lucro) ma nell'interesse della comunità stessa e per il piacere personale che deriva dalla scoperta e dalla conoscenza.

Per tutti questi motivi non ho mai classificato nessun alunno e nessun lavoro degli alunni; né intendo classificare ora le capacità acquisite durante un anno di lavoro.

Se è obbligatoria la classificazione, delego la segreteria della scuola a dare lo stesso voto ad ogni alunno e per ogni materia.

Roma, 7 giugno 1975

Ins. Alberto Manzi

 

Manzi, caro a chi è nato negli anni '50 e '60 anche per aver scritto Orzowei, aveva concretizzato questa sua sacrosanta protesta anche facendosi un timbro sul quale era impresso: "Fa quello che può, quello che non può non lo fa". E con questo suggellava ogni pagella. Subì per questa cosa diverse sanzioni, anche la sospensione dello stipendio.

Ci vorrebbe un esercito di Alberti per salvare la scuola pubblica! Ma i troppi soldi e le avveniristiche strutture scolastiche hanno cloroformizzato le coscienze. La scuola, quindi, morirà. Qualcuno dice che è già morta e che quello che ci troviamo davanti è il suo fantasma.

E affinché dalle sue ceneri rinasca come l'araba fenice la grande cultura pedagogica del Novecento dobbiamo far sì che viva Scuola Peio Viva.

La carpa di Chelm

 

P.S. Va da sé che a Scuola Peio Viva non esistono pagelle e le griglie saranno utilizzate nell'unico modo sensato possibile: arrostire lucaniche e costolette per la festa di fine anno scolastico.