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20 ottobre 2011
Omaggio a Andrea Zanzotto (la carpa di Chelm e Scuola Peio Viva)
Lettera dal lago di Chelm
Cari amici di Scuola Peio Viva,
nei lunghi mesi passati nella prigione (va bene, dorata, ma sempre prigione era) dei saggi di Chelm ho imparato quale salvifica compagna possa essere la lettura. Tanto che anche dopo la mia condanna-liberazione non l'ho più abbandonata. Da allora non è passato un giorno privo di qualche capitolo, poesia, capoverso o solo un verso. Anche nei periodi di duro lavoro per la scarsità di viveri (e sì che noi carpe siamo onnivore, ma la penuria viene per tutti prima o poi) ho trovato il tempo di leggere. Un certo Daniel Pennac ha scritto a proposito che il tempo di leggere è come il tempo di amare: lo si trova sempre. Nei giorni di malattia, poi, se ne vanno libri interi.
Ebbene qualche giorno fa mi sono procurata, grazie a una collega che doveva andare in città, l'Oscar Mondadori che raccoglie tutte le poesie di Andrea Zanzotto in occasione del suo novantesimo compleanno, festeggiato il 10 ottobre. Voi forse sapete già che si tratta del più grande poeta italiano degli ultimi decenni. Da qualche anno in lizza per il Nobel. Non l'ha ricevuto ma lo metto comunque accanto al mio Isaac. Eccovi pochi suoi versi e capirete subito il perché.
Vecio parlar che tu à inte 'l tó saór
un s'cip del lat de la Eva,
vecio parlar che no so pi,
che me se à descunì
dì par dì 'nte la boca (e no tu me basta);
che tu sé canbià co la me fazha
co la me pèl ano par an;
parlar porét, da poreti, ma s'cet
ma fis, ma tòch co fa 'na branca
de fien 'pena segà dal faldin (parché no bàstetu?)
noni e pupà i è 'ndati, quei che te cognosséa,
none e mame le é 'ndate, quele che te inventéa,
nóvo petèl par ogni fiól in fasse,
intra le strussie, i zighi dei part, la fan e i afanézh.
Girar me fa fastidi, in médo a 'ste masière
de ti, de mi. (...)
Élo vero che pi no pól esserghe 'romai
gnessun parlar de néne-none-mame? Che fa mal
ai fiói 'l petèl e i gran mestri lo sconsilia? (...)
Chiaro no? Il più grande poeta italiano è contemporaneamente il grande poeta del dialetto. Dei linguaggi detti minori, senza grammatica, meticci. Appunto come lo era l'yiddish di Isaac. Nelle sue pagine troverete dialetto, latino, inglese, tedesco, francese intrusi in un italiano maestoso e pirotecnico; un italiano vastissimo che abbraccia Petrarca e Montale assieme a tutto ciò che sta fra loro. Ma soprattutto troverete petèl: il linguaggio della culla, il parlare e l'ascoltare di chi ancora non ha una lingua o l'apparente farneticare di chi l'ha perduta. Entrambi articolano suoni che comunicano con l'alfabeto delle emozioni.
Però non vi scrivo per parlarvi della poesia di Andrea Zanzotto: io sono solo capace di leggerla, non di spiegarla. Ma vi scrivo perché mi è capitata una cosa abbastanza strana che mi ha portato a chiedervi una cosa. Me ne stavo nel boschetto di alghe vicino a casa mia. Erano le 10.30 di martedì scorso, 18 ottobre. Stavo appunto rileggendomi alcune delle primissime poesie del poeta, componimenti che negli ultimi versi guardano la morte. Alle 10.30 Zanzotto si spegneva all'ospedale di Conegliano. Pura coincidenza certo, ma una di quelle coincidenze che fanno pensare anche noi carpe, per natura poco inclini a riconoscere qualsiasi forma di spiritualità.
Pensando, non molto, che sopra pensiero potrei finire in qualche rete, mi è saltato in mente che sarebbe una bella cosa se voi che abitate lì vicino lo salutaste con qualche vostra poesia. Ancora non lo conoscete bene (so che ci sono alcune sue poesie nella vostra biblioteca) ma è respirando la sua aria che avete scritto le vostre poesie. Anche per voi lingue ufficiali o dialetti sono la stessa cosa e anche voi giocate con una specie di petèl quando scrivete poesie inventando parole nuove e conosciute solo a voi.
Che un bel "ciao Andrea!" fatto di poesia giunga oggi al suo funerale anche da Scuola Peio Viva.
Grazie
La vostra Carpa di Chelm
CIAO ANDREA!
El nevega
Ancoi el nevega e la montagna
l'è if che la varda giù.
El vent el sofla en fra le foie
d'auton.
Mi vardi for da la finestra e no
vedi l'ora de nar a siar.
Ma pensi che de nef
ghe sen vol amò tanta.
Entant per giogàr
nan a rampegàr.
Lisa
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Vecchio faggio
L'autunno è qua.
Le foglie del vecchio faggio
sono cadute
e poi a spazzarle
ci ha pensato il vento.
quel faggio vuole che le sue foglie
siano mischiate con quelle di altri
alberi,
e pensa:
che autunno sarebbe senza vento?
Lisa
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Mi e la nef
Mi sen en rodièla,
sen en pop che gà nof ani,
e el me paes el se ciama Pei.
Ancoi vinti otober la nevegà
e quindi sen sta content.
Sui alberi ghè la nef,
i pradi i è blanchi.
Se pol far bale de nef.
No se pol far pupazi
no se pol slitàr
no se pol siàr.
Doven amò spetàr,
entant gaven amò da giogàr.
Nicola
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